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Verso Arezzo: costruire un moderatismo post-populista

FONDAZIONE MAGNA CARTA

Costruire un moderatismo post-populista

di Giovanni Orsina

Parto dalla seconda fra le domande che pone Gaetano Quagliariello, perché mi pare che la risposta che le si può dare condizioni anche le repliche agli altri tre quesiti: «c’è un ritardo politico-culturale che l’area moderata, cristiana, liberale deve colmare per cercar di tornare ad essere protagonista?».

La mia risposta è, senza alcuna esitazione, «sì». A voler semplificare una storia complessa, l’area moderata, cristiana, liberale è stata un tipico prodotto del secondo dopoguerra. Più precisamente, ha goduto della sua stagione dorata negli anni compresi fra la fine della seconda guerra mondiale e il 1968. Dopo di quella data il mondo ha cominciato a modificarsi profondamente. Il moderatismo, adattabile e pragmatico com’è, è riuscito ad adeguarsi a quella trasformazione: aiutato dalla vocazione universalistica del cristianesimo e dando maggior rilievo, all’interno del proprio patrimonio ideologico, al valore dell’integrazione sovranazionale dei mercati, ha in buona sostanza accompagnato i processi d’individualizzazione e globalizzazione che hanno segnato quella stagione storica. Così facendo, tuttavia, ha gradualmente abbandonato al loro destino i ceti popolari periferici che avevano fatto la sua fortuna fin dal 1945, probabilmente perché li ha considerati una specie in via d’estinzione. Quando quei ceti – che evidentemente tanto estinti non sono – si sono ribellati contro i processi di individualizzazione e globalizzazione, ossia contro l’appassire e la scomparsa delle proprie comunità di riferimento, a rappresentarli non hanno più trovato i moderati, cristiani e liberali, allora, ma le forze politiche cosiddette populiste.

L’affaticamento dei processi di individualizzazione e globalizzazione è oggi evidente, così come lo è la crisi della cultura progressista che più di ogni altra li ha sposati con entusiasmo. Al contempo, si sta facendo sempre più chiara l’incapacità dei cosiddetti populismi di dare risposte realistiche, coerenti e sostenibili nel tempo, alle richieste del loro elettorato. Per i moderati, liberali e cristiani si aprono spazi che anche solo qualche anno fa sarebbero stati impensabili. Per poterli riempire devono saperli pensare, però. Devono ricostruire una sintonia con i ceti popolari periferici, mostrare loro che i valori del moderatismo liberale e cristiano possono rispondere alle loro richieste, che sono estremamente concrete e quotidiane. Sono richieste umili, dettate dal senso comune degli uomini qualunque. La sfida, insomma, è quella di costruire un moderatismo post-populista.

Una volta sciolto con successo questo nodo – che è durissimo, perché rinnovare la cultura di un’altra stagione storica è un impegno quasi proibitivo – l’intendance suivra. Si vedrà allora quale forma organizzativa converrà che prenda, il moderatismo, quali alleanze converrà che stringa, e quale sistema istituzionale converrà che sostenga. In una stagione politicamente fluida come l’attuale, molto potrà accadere, e mille opportunità potranno presentarsi. Allo stato delle cose, d’altra parte, mi pare che almeno una certezza ci sia, quanto agli strumenti della politica: senza una leadership forte e riconosciuta non si va da nessuna parte. Un leader credibile e una proposta politica all’altezza dei tempi: questi mi paiono i due perni intorno ai quali potrà ricostruirsi un centro destra.

Tommaso Labate - Il futuro dei moderati - Fondazione Magna Carta

La riflessione del Prof. Giovanni Orsina si inserisce nel dibattito preparatorio del seminario “A Cesare e a Dio” che si svolgerà a Bucine, in provincia di Arezzo, il 2 e il 3 dicembre. In particolare, risponde all’intervento del Presidente della Fondazione, Gaetano Quagliariello, che ha posto dei quesiti centrali per il tema della nuova edizione degli incontri.

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