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Caro Direttore,

non posso non partire da una premessa non so se tanto ovvia ma certamente necessaria: sono contrario alla pena di morte. Proprio per questo vorrei spiegarle la ragione per cui in Senato non ho inteso condividere la decisione di intervenire sulla Costituzione eliminando la possibilità di far ricorso alla pena capitale “nei casi previsti dalle leggi militari di guerra”.

Questa non irrilevante particolarità – il fatto cioè che ci si riferisse alla legislazione del tempo di guerra – nel dibattito non è stata presa in considerazione. Si è preferito attestarsi su declaratorie di principio e su prese di posizione prevalentemente ideologiche, forse condizionate dal clima d’attesa quasi messianica alimentato attorno al discorso che di lì a qualche ora Romano Prodi avrebbe tenuto all’Onu per sollecitare la moratoria universale delle esecuzioni capitali.

E’ finita che dalla missione newyorkese del premier i cronisti al seguito hanno ricavato piuttosto una richiesta di moratoria delle domande sulla crisi dell’Unione; mentre nella sede del nostro Parlamento è stato pagato con troppa leggerezza, e con uno spaventoso deficit di riflessione, un tributo al politically correct che un’onesta retrospettiva storica avrebbe forse potuto evitare, e di cui speriamo che non si abbia mai a doversi pentire.

Alla celebrazione di questo rito mi sono consapevolmente sottratto. Anche per ragioni legate al mio mestiere di storico, non posso far finta di non sapere quanto siano drammatiche le scelte che si impongono in tempo di guerra. So anche che la storia della nostra nazione, e della stessa libertà nel mondo, sarebbe stata diversa e peggiore se non fosse esistito il tragico strumento del quale s’è deciso di fare a meno.

Cosa ne sarebbe stato dell’Italia se a Caporetto non ci fosse stata la possibilità di ricorrere alla pena capitale? Cosa sarebbe stata la battaglia di Stalingrado, cosa lo sbarco in Normandia, se a chi a denti stretti difendeva la libertà e la democrazia non fosse stata concessa anche quest’arma? La guerra, pur con tutti i mutamenti, resta una drammatica costante della storia, che a volte si è costretti a subire. O forse non sta bene dire che sugli stessi scranni del Palazzo di Vetro siede chi, come il presidente dell’Iran, di ogni pubblica sortita fa una dichiarazione di guerra all’Occidente?

Al cospetto della realtà gli Stati seri, responsabili e anche per questo democratici hanno il dovere di non mettere la testa nella sabbia e di non disarmare. In queste situazioni le crisi delle nazioni sono sempre morali prima che politiche o militari. Siamo sicuri di averci riflettuto abbastanza? Siamo certi di aver ponderato le nostre scelte, visto che in ossequio alla “bella politica” s’è deciso di cambiare non il codice penale, cui in caso di nuove contingenze si può rimettere mano agevolmente, ma la Costituzione, la cui modifica anche in situazioni d’emergenza richiede sei mesi? I Costituenti, così spesso evocati dagli antifascisti di professione, la guerra l’avevano messa in conto. E se mai dovesse arrivare per davvero, non sarebbero i mesi a fare la differenza, ma i giorni, le ore e addirittura i minuti.

Sen. prof. Gaetano Quagliariello

(“Libero”, 27 settembre 2007)

 

 

– Su Radio Radicale Massimo Bordin commenta le parole del sen. Quagliariello

– Lettera a un amico, forse pacifista
di Gaetano Quagliariello