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Mentre scorrevano sotto i miei occhi le parole scin­tillanti della nuova enciclica di Papa Benedetto XVI, Spe salvi, salvi nella e per la speranza, ripensavo con un brivido di emozione alla bella espressione con cui Gabriel Marcel, nel mezzo dell’ultimo terribile con­flitto mondiale, disegnava la speranza: io spero in Te per noi. Formula icastica e felice. Il filosofo francese riu­sciva a tessere insieme il lato personale e civile della speranza. E, ancora, lo slancio del desiderio di felicità e l’anticipo della promessa di vita. Di vita eterna.
Scritta come d’un solo fiato, la riflessione del Pontefi­ce colpisce diritto al cuore. Degli uomini d’oggi e del­l’epoca presente. Prende le mosse dal desiderio di vi­ta buona e felice, per mostrare come il presente pos­sa essere vissuto solo nell’orizzonte della speranza, di un oltre e di un altro che riempie di senso l’ora attua­le. E lo muove a una prassi di vita buona. La speranza non è un’informazione nuova, ma è trasformazione dell’esistenza, è promessa di redenzione che muta le condizioni di vita.
È la forza del futuro che cambia il presente. Anzi è la novità dell’avvento di Dio che suscita cose nuove nel tempo. Dalla piccola Bakhita che fa l’esperienza del passaggio dalla schiavitù alla libertà, alle preghiere del cardinale vietnamita Nguyen Van Thuan, che nei tre­dici anni di prigionia vede aprirsi una finestra di spe­ranza. Fino ai martiri, ai monaci, a coloro che spe­rando hanno inventato forme di vita nuova, come Bernardo, Francesco, e la nube di testimoni della spe­ranza.
Sorprende la scrittura del Pontefice che sa toccare le corde più profonde dell’esistenza quando spiega l’e­spressione «vita eterna» (n. 12), mentre poco più a­vanti stabilisce un confronto serrato e pacato tra la promessa della speranza cristiana e la fede nel pro­gresso della modernità (nn. 16-21). Un testo vigoroso, che gioca su tutte le corde del pensiero e della lingua per ricavarne una musica nitida e convincente, lieve e persuasiva. Come dev’essere della parola della spe­ranza e com’è nello stile di questo Papa.
L’enciclica po­trà apparire a taluni non facile in alcune sue parti, ma non potrà risultare a tutti incalzante nel porre la do­manda decisiva: che cosa possiamo sperare? E che co­sa non dobbiamo sperare!
Qui si accendono i fuochi dell’enciclica: la speranza della vita eterna è il motore dell’esistenza buona nel presente; la speranza personale non sta senza la sua dimensione sociale, anzi universale; la figura cristia­na della speranza deve fornire alternativa convincen­te alla moderna fede nel progresso; i luoghi della spe­ranza (la preghiera, l’agire e il soffrire dell’uomo, l’e­sercizio della perseveranza sotto il segno del Giudizio) sono il modo con cui la promessa entra nel grembo del­la storia.
Il gesto del Pontefice è audace. Porta al centro della sce­na temi personali e culturali che sono dileguati dalla riflessione civile e dalla coscienza comune. Con la for­za di formule che spuntano nel testo con sorprendente facilità di espressione e felicità di linguaggio. Come questa: «Il fatto che questo futuro [di Dio] esista, cam­bia il presente; il presente viene toccato dalla realtà fu­tura, e così le cose future si riversano in quelle presenti e le presenti in quelle future» (n. 7). O, ancora: «Desi­deriamo in qualche modo la vita stessa, quella vera, che non venga poi toccata neppure dalla morte; ma allo stesso tempo non conosciamo ciò verso cui ci sen­tiamo spinti… Questa ‘cosa’ ignota è la vera ‘speran­za’… La parola ‘vita eterna’ cerca di dare un nome a questa sconosciuta realtà conosciuta». Le statistiche dicono che gli italiani per una grande maggioranza credono ancora in Dio, ma subito si smarriscono quan­do vien loro chiesta ragione della loro fede nell’aldilà. La voce del Papa dà parola a questo desiderio di vita che alberga in ogni uomo.
L’aspetto più intrigante dell’enciclica sta nel confron­to con la modernità, con la sua fede nel progresso e i suoi miti. Condotto con una lucidità salutare, fino al­la contestazione del potere redentivo della tecnica. La terapia indicata è chiara: «Se al progresso tecnico non corrisponde un progresso nella formazione etica del­l’uomo, nella crescita dell’uomo interiore, allora esso non è un progresso, ma una minaccia per l’uomo e per il mondo». Non senza riportare la coscienza cri­stiana alla sua responsabilità storica: «Bisogna che nel­l’autocritica dell’età moderna confluisca anche un’au­tocritica del cristianesimo moderno, che deve sempre di nuovo imparare a comprendere se stesso a partire dalle proprie radici» (n. 22).
Si capisce la cura di Benedetto XVI per l’uomo e la sua libertà. «L’uomo ha bisogno di Dio, altrimenti resta privo di speranza» (n. 23). La Chiesa italiana a Verona ne ha tentato un concreto esercizio negli ambiti della vita umana. E ha imparato che bisogna custodire tut­te le armoniche della speranza: io spero in Te per noi.

(da “Avvenire”)