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Per individuare quali riforme proporre per l’università bisogna parlare ai giovani e al Paese ancor prima che alle maestranze degli Atenei.

Si dice che bisogna reintrodurre il merito, come sottolineato dal ministro Gelmini ed ampiamente trattato nella sua recente relazione alla commissione cultura della Camera dei Deputati, nella formazione dei giovani e nel reclutamento dei ricercatori. Per i primi si vuole ripristinare il rigore negli studi, nella valutazione della formazione e dell’apprendimento. Per i secondi si intende invece sostenere che le cooptazioni devono seguire criteri diversi da quelli che si sono affermati dopo la riforma Berlinguer e perciò si invoca il ripristino di principi meritocratici. Non mi stancherò mai di ricordare che la meritocrazia è la cosa più abbondante che esista in natura. Il contesto naturale e istituzionale determina i criteri di selezione. I meriti che emergono non sono il frutto di comportamenti scorretti e condannabili, bensì il portato delle regole nell’ambito delle quali questi comportamenti si dispiegano.

Il basso profilo largamente diffuso degli insegnamenti universitari è il prodotto esplicito della riforma Berlinguer che ha introdotto il numero dei laureati quale parametro di efficienza. Non conta, infatti, la qualità della formazione ma il numero dei laureati che un corso di laurea riesce a sfornare.

I concorsi universitari, sia per promozioni di carriera che per reclutamento, sono – salvo rarissime eccezioni – celebrati nel rispetto delle norme concorsuali; formalmente corretti, nella qualità della selezione esprimono i criteri dominanti e praticati nell’ordinamento istituzionale attuale degli Atenei italiani.

Il degrado generale del nostro sistema di istruzione superiore ha spinto un gruppo di 19 Rettori a esigere la superiorità dei propri atenei rivendicando così il diritto ad accedere ai “premi di produzione” che il Governo può elargire ai virtuosi. Questa ”secessione dolce” avvenuta nella forma un po’ strana dell’autopromozione trova una chiara spiegazione nella Relazione sullo Stato delle Università Italiane del 2006 tenuta da Guido Trombetti, presidente della Conferenza dei Rettori delle Università Italiane (CRUI). Nel paragrafo dedicato a “Governance e valutazione”, egli scrive:

“Per essere efficace, la valutazione dovrebbe adottare un ulteriore principio: quello della condivisione (da parte di chi?, ndr). Quando si valutano attività complesse, come quelle della ricerca e della formazione, è praticamente impossibile innescare comportamenti virtuosi senza un qualche coinvolgimento del soggetto valutato nella definizione dei criteri e degli obiettivi e senza concordare tra centro e periferia piani di miglioramento delle prestazioni, che possono essere diversi per ogni Ateneo. Voglio sottolineare che la valutazione non deve limitarsi a premiare i migliori, ma deve ricercare il miglioramento complessivo del sistema. E la qualità media del sistema universitario aumenta non se il primo rimane primo, ma se l’ultimo ha fatto un passo avanti”

In questo passo troviamo l’ossessiva vocazione all’autoreferenzialità e il rigurgito del pensiero di don Lorenzo Milani che sosteneva che i primi dovevano fermarsi per aspettare i meno dotati.

In questo contesto, dato il materiale umano e i condizionamenti della cultura sessantottina, così rigogliosa nella CRUI come traspare dalla relazione del suo presidente, risulta indispensabile divenire consapevoli della necessità di affrontare la riforma del modello di governo degli Atenei per introdurre nell’architettura istituzionale il principio di responsabilità e promuovere la competizione tra le Università. Il riconoscimento del merito – al quale il ministro Gelmini fa riferimento con apprezzata e condivisa enfasi – scaturirà di conseguenza.

Un principio, inoltre, deve essere chiaro: le maestranze degli Atenei devono essere tenute lontane dalla valutazione del proprio operato.

(L’Occidentale)