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Il testo dell’intervento del vicepresidente dei senatori Pdl Gaetano Quagliariello nell’Aula di Palazzo Madama dopo il discorso sui cinque punti programmatici del premier Silvio Berlusconi.

Signor Presidente, colleghi senatori, signor Presidente del Consiglio, signori del Governo,

è la seconda volta in questa legislatura che il presidente Berlusconi interviene in quest’Aula per chiedere al Senato di dare fiducia all’esecutivo. E non è un caso che l’intervento del Presidente del Consiglio abbia preso avvio proprio da quella primavera di due anni fa che sembrava aver impresso una svolta alla lunga transizione che il nostro Paese vive dal 1994.

La nascita di due grandi partiti post-ideologici come quelli che animano le grandi democrazie europee, nel centrodestra e nel centrosinistra, aveva cambiato volto al sistema politico italiano. La polarizzazione dell’elettorato verso quelle formazioni, guidate da un leader e fondate innanzi tutto su programmi presentati agli elettori, aveva prodotto nei fatti una riforma nelle istituzioni che lasciava presagire l’avvento di una autentica fase costituente. Soprattutto, la legittimazione reciproca che il leader della maggioranza e l’allora leader dell’opposizione avevano sancito attraverso incontri pubblici nell’interesse del Paese, aveva fatto sperare che la stagione della guerra fra nemici potesse finalmente cedere il passo a quella della concorrenza fra avversari.

In verità, quella “nuova alba” conteneva in sé il germe di una contraddizione. Perché al momento di definire le alleanze, il Partito Democratico scelse di apparentarsi con una forza giustizialista, giacobina, apertamente anti-sistema. I risultati li abbiamo visti ancora ieri. Perché vede, signor Presidente, noi non abbiamo alcuna difficoltà ad affermare che la nostra storia di amicizia con Israele e il popolo ebraico parla per noi, e che alcune parole di moderno antisemitismo pronunciate oggi in quest’Aula non fanno onore al Parlamento. Ma avremmo voluto la stessa chiarezza dal Pd che ieri, nelle stesse ore, promuoveva una mozione di sfiducia per la battuta senz’altro infelice di un ministro nel corso di una festa popolare, e non diceva una parola per lo spettacolo indecoroso che il leader del suo principale alleato offriva dagli scranni della Camera dei Deputati: dai banchi, cioè, di quel Parlamento sulla cui centralità si spendono fiumi di parole, salvo poi essere colti da improvviso mutismo quando si tratta di difenderne la dignità.

Signor Presidente, colleghi senatori, questa prima metà della legislatura è stata attraversata di vicissitudini e anche da traumi interni ai rispettivi schieramenti. Il presidente Berlusconi non si è nascosto dietro un dito, e noi insieme a lui non neghiamo che tutto questo abbia riguardato il centrodestra. Sarebbe un contributo di chiarezza, però, se facesse lo stesso anche il Pd: partito dei contro-documenti, partito in cui la dirigenza passa l’estate a scrivere lettere ai giornali per scambiarsi a mezzo stampa reciproche recriminazioni.

Ora siamo tutti di fronte a una scelta: andare avanti, o rischiare drammaticamente di riportare indietro le lancette del Paese rispetto alla modernizzazione faticosamente conquistata.

Noi crediamo che la legittimazione reciproca sancita a parole due anni e mezzo fa deve produrre azioni conseguenti. E la strada maestra perché questo avvenga è consolidare e istituzionalizzare l’approdo della transizione italiana scrivendo insieme le tre pagine che i Padri costituenti affidarono alle generazioni a venire: forma di Stato, forma di governo, bicameralismo, e inoltre la riduzione del numero dei parlamentari. In questo quadro, e solo in questo quadro, si potrebbe eventualmente discutere anche il tema della riforma elettorale, spacciata dall’opposizione come una pietra filosofale in grado di trasformare il vile metallo in oro. Ma agitare questo argomento svincolandolo dal suo naturale contesto di una riforma istituzionale più complessiva, autorizza a pensare che il vero obiettivo non sia quello di raffinare il sistema di selezione della rappresentanza, ma unicamente quello – assai più prosaico – di tornare indietro di sedici anni, sostituendo l’equilibrio politico sancito democraticamente dagli elettori con un governo determinato dalle alchimie dei partiti. A questi ultimi – ai partiti – verrebbe così restituito lo scettro dopo averlo strappato dalle mani degli elettori.

Signor presidente, colleghi senatori, Presidente del Consiglio, signori del Governo, noi invece vogliamo guardare avanti. Dobbiamo rinforzare i pilastri su cui si fonda il nostro giovane bipolarismo. Dobbiamo rilanciare con convinzione la centralità dei nuovi partiti post-ideologici nati dall’inabissarsi della parabola novecentesca: grandi partiti-coalizione in grado di coniugare la convivenza di diverse culture e sensibilità con il riferimento a un comune orizzonte.

La sfida che abbiamo di fronte richiede una consapevolezza: per essere una realtà, protagonista nel panorama politico e presente nel corpo vivo del Paese, un partito maggioritario e post-ideologico non deve confondere il pluralismo con il disancoraggio a qualsiasi riferimento ideale, e scadere a mera agenzia relativistica per la gestione del potere. Deve condividere alcuni principi, essenziali e non numerosi ma mai rinunciabili. Deve condividere un programma, che sancisca il sacro patto con gli elettori. Deve condividere il riferimento a un leader.

E’ evidente che lungo questo triplice crinale si è dipanata la dialettica che ha portato una parte dei parlamentari eletti nelle liste del Popolo della Libertà a compiere una scelta diversa. Mi sia consentito però, a questo proposito, di spendere alcune parole di rispetto per i colleghi del gruppo di Futuro e Libertà al Senato. Il modo in cui in questo ramo del Parlamento è stata impostata quella che altrove è stata vissuta come un’astiosa e traumatica scissione, ha fatto sì che oggi ci si senta quasi in presenza, semplicemente, di una diversa articolazione di un’amicizia politica. Signor Presidente, mi consenta di affermare che ciò che si è verificato alla Camera a livello di gruppi parlamentari è diverso da ciò che è accaduto in Senato. Questo consente di individuare dove e in capo a chi risiedano le più gravi responsabilità. E consente anche di ribadire che dar corpo alla novità storica che con la nascita del Popolo della Libertà si è voluto introdurre nel nostro Paese è anche un fatto di maturità e di senso della misura, e richiede una concezione della politica che non si riduca a un mero gioco tattico o ancor peggio a un fatto di micro-posizionamento personale.

Noi a questa novità non intendiamo rinunciare. Anzi: vogliamo rilanciare il PdL andando oltre il PdL originario. Intendiamo cogliere in profondità la frattura sempre più lacerante tra la sinistra e il mondo dei moderati, non su astratte fumisterie ma sui temi concreti che investono l’esistenza dei cittadini: l’assetto socio-economico del Paese, il rapporto tra Stato e società, la famiglia, l’educazione, la giustizia, il confine tra la vita e la morte, la difesa della vita. Di fronte a un Pd ridotto a inseguire Antonio Di Pietro sulla giustizia, Emma Bonino sulla biopolitica e la Fiom in economia; di fronte ad alcune forze di centro alle quali il radicalismo egemone nella sinistra pone un serio problema di alleanze, noi non intendiamo perderci in tatticismi e tantomeno perseguire finalità annessionistiche.

Vogliamo porci come punto di riferimento attraverso l’attività parlamentare e politica, anteponendo alle formule astratte i contenuti, preferendo alle ideologie le idee e la loro traduzione in atti concreti al servizio del bene comune.

Su questo terreno il gruppo parlamentare del PdL al Senato sarà in prima linea (anche perché qui, mi sia consentito, la cosiddetta “autosufficienza” non è in discussione). Sappiamo che il presidente Berlusconi non rinuncia all’ambizione di riunire tutti i moderati italiani: gli assicuriamo fin d’ora che in questa sfida ci avrà convinti al suo fianco.