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I due giorni del riuscitissimo e intenso convegno organizzato dalla fondazione Magna Carta in memoria del professor Victor Zaslavsky hanno rappresentato e racchiuso in sé un intreccio di occasioni. Il 2011 è l’anno in cui la rivista quadrimestrale “Ventunesimo secolo”, fondata dai professori Zaslavsky e Gaetano Quagliariello, festeggia i suoi dieci anni di pubblicazioni di studi sui processi di transizione politica del XX secolo. Ma è anche l’anno in cui gli storici possono osservare e analizzare, a distanza di un ventennio e grazie all’apertura degli archivi sovietici, l’eredità e le fratture, le conseguenze e le ricadute, della fine dell’Urss e della sua ideologia sulla società russa e il mondo di oggi. Infine, e soprattutto, per gli amici e i colleghi, è stato il momento opportuno per raccontare la figura, il contributo intellettuale e l’eredità scientifica che il professor Zaslavsky lascia alla storiografia e alla sociologia contemporanea.

Sullo sfondo delle tematiche che si sono intrecciate nelle diverse sessioni del convegno, c’era qualcosa, un filo rosso che ha trasformato questa commemorazione formale in un incontro pregno di emotività: in ogni intervento, ricordo, o semplicemente aneddoto evocato nella due giorni, filtrava prepotentemente la vivacità intellettuale di Zaslavsky; l’immagine vivida, osservabile e penetrante, di una riservata, elegante, scientifica personalità.

Il professore Luciano Pellicani ha sottolineato l’impatto che hanno avuto su di lui gli studi di Zaslavsky, a partire dalla raccolta di saggi del 1981 intitolata “Il consenso organizzato”: a colpirlo era lo stile asettico, privo di quell’aggettivazione ridondante e ideologizzata tipica degli studiosi che durante la Guerra Fredda scrivevano di Urss e di comunismo. Lo storico e sociologo russo, in altri termini, più che un ricercatore di studi sociali sembrava “un entomologo, uno studioso di insetti e di formiche”. Pur avendo subito sulla sua pelle il regime sovietico, il linguaggio del professore era asciutto e quasi avalutativo, la ricerca metodica e, cosa fondamentale e non scontata, densissima di documentazione e di fatti.

Questa immagine di rara onestà intellettuale è stata condivisa dallo storico Gianni Donno, che ha descritto Zaslavsky come “alieno dall’interpretazionismo”. Coerentemente con la sua formazione scientifica (Zaslavsky aveva preso la sua prima laurea in ingegneria), l’intellettuale russo si poneva l’obiettivo primario di ricostruire e accertare i fatti, e solo dopo di interpretarli. Sul piano personale, come ha notato Armando Pitassio, tale scientificità era rappresentativa dell’estrema umiltà e della severa autocritica del professore. Sul piano della storiografia italiana, soprattutto, negli anni Ottanta e Novanta la ricostruzione disideologizzata dei fatti riguardanti il comunismo era un qualcosa di assolutamente nuovo, impensabile, e per questo osteggiato.

Per capire poi come anche una volta usciti dal contesto della Guerra Fredda gli studi e il pensiero di Zaslavsky siano stati innovativi e rappresentino tuttora una “boccata d’aria fresca” (come affermato da Argentieri a proposito del libro del 1991,“Dopo l’Unione Sovietica”), basta soffermarsi sui temi che più hanno interessato i suoi studi negli ultimi venti anni. Queste ricerche pongono tuttora delle questioni irrisolte e cruciali, ancora vittime di viscosi pregiudizi: il rapporto tra lo stalinismo e la sinistra italiana, la vita del Pci e del Pcf dal 1989 ad oggi, l’evoluzione istituzionale e sociale della Russia post-sovietica.

In conclusione, il senso dei temi discussi in questi due giorni e l’assoluta necessità di dare coerente continuazione agli studi del professor Zaslavsky, dipendono da due considerazioni. La prima è stata efficacemente riassunta dal professor Stéphane Courtois: stiamo assistendo, giorno per giorno, a “une révolution documentaire”, una rivoluzione documentaria, un’apertura centellinata ma costante di archivi che stanno sconvolgendo e ribaltando la storiografia sovietica e dei partiti comunisti europei. Siamo in altri termini avviati, su una strada questa volta di scientificità, verso quella ricostruzione veritiera e non oscurantista della storia che Zaslavsky aveva perseguito e già precorso.

La seconda considerazione è che per analizzare l’impatto post-sovietico dello stalinismo, sulla scia delle convinzioni e della formazione sociologica di Zaslavsky, la storia può spingersi solo fino ad un certo punto. Il resto lo fa la percezione che l’opinione pubblica e le società hanno di un fenomeno. In altre parole, devono intervenire la sociologia e la scienza politica. A questo proposito il professor Marc Lazar ha descritto, sulla base di approfonditi studi svolti di recente a Sciences-Po, l’evoluzione dei partiti comunisti francese e italiano dopo la caduta dell’Urss, differenziando le due esperienze e mostrando come  ad esempio in Francia oggi il comunismo esista ancora, ma in una forma familiare nostalgica e disideologizzata. Descrivendo invece un fenomeno di cui Zaslavsky aveva già scritto su “Ventunesimo Secolo” agli inizi del 2000, è il professor Leon Gudkov che si è maggiormente soffermato sulla percezione che in Russia si ha della figura di Stalin. Di fronte a un fenomeno simile, le opinioni pubbliche democratiche tendono spesso a cadere nella facile categoria dello “sdegno” e dei suoi surrogati dogmatici, ad interpretare prima di analizzare. È soprattutto in queste occasioni che la metodologia scientifica di Zaslavsky deve essere perseguita con tenacia. Insieme al suo contributo intellettuale e umano, quella “gentile ironia” e la volontà di accertare i fatti, la sua rara capacità di fondere la sociologia con la storiografia contemporanea.

Venerdì 27 e sabato 28 maggio, presso la Sala degli Atti Parlamentari della Biblioteca del Senato della Repubblica “Giovanni Spadolini”, si è svolta una due giorni di studi organizzata dalla Rivista Ventunesimo Secolo per ricordare il compianto Victor Zaslavsky, scomparso il 26 novembre del 2009, e per celebrare il decennale della rivista, fondata dallo stesso Zaslavsky. Lo storico russo, una personalità di rara levatura morale e intellettuale, ha contribuito a fare luce sulle pagine più buie del comunismo sovietico.

Nato a San Pietroburgo (allora Leningrado) nel 1937, Zaslavsky si diplomò in ingegneria mineraria. Ma il lavoro di ingegnere, che pure svolse in varie parti dell’URSS, non era nella sua natura. Prese quindi una seconda laurea, in Storia, e iniziò a insegnare Sociologia diventando docente universitario. Entrò in rotta di collisione con la censura, spietata, del regime comunista negli anni ’70, tanto che nel 1974 fu espulso dall’università e costretto a lavorare come guida turistica. Inevitabile, a quel punto, fu la decisione di emigrare in Occidente. Insegnò per 19 anni alla Memorial University di Newfoundland, a St. John’s. Nel 1994 si stabilì in Italia, ottenendo la cattedra di Sociologia Politica alla LUISS di Roma. Incarico che ha ricoperto fino all’ultimo.

In ricordo di Victor Zaslavsky

Guerra fredda e piano Marshall

Passato e presente di Napoli e del Mezzogiorno